Sicignano Borbonica

Che bello passeggiare col nonno in un castagneto d’estate, la frescura e il profumo di quel bosco sono favolosi, le felci, fossili viventi di un’epoca antica, coprono il terreno mentre giganteschi tronchi di castagno sovrastano la minuta figura di un bambino; il luogo è ben definito, si chiama “acqua della battaglia”, è a circa un chilometro a monte del paese di Sicignano degli Alburni verso Petina.

“Nonno, perchè si chiama Acqua della Battaglia?”, chiede il fanciullo curioso e il vecchio, colmo della sapienza antica della gente del sud risponde: “Qui c’era una sorgente, su questa montagna le sorgenti appaiono e scompaiono di continuo ma l’acqua c’è sempre, e poi raccontavo i vecchi che qui ci fu una battaglia contro i francesi, ma non ricordo quando ne come”.

Allora la fervida immaginazione fanciullesca porta il bambino a immaginare uno scontro con spade, elmi, armature, cavalieri e principesse in pericolo.

Dopo molti anni la curiosità del fanciullo non si è estinta, il luogo e i fatti sono tornati alla memoria e la sorpresa di una scoperta mostra il vero volto della storia.

Ma riassumiamo i fatti, e inquadriamo gli eventi.

Siamo nel 1798, il Regno di Napoli è caduto nelle mani dei giacobini appoggiati dai francesi e il re si è ricoverato a Palermo, mentre le zone intorno alla capitale sono soggette alla diretta vigilanza delle truppe repubblicane, la Lucania e la Puglia sono in rivolta e già prima che il Cardinale Ruffo sbarcasse in Calabria, nei paesi lucani si inneggiava al re.

Il 17 Febbraio a Montesano la massa dei popolani assalta la casa del sindaco Cestari e lo decapita, la sua testa viene esposta in piazza al posto dell’”albero della libertà”. Prima che il mese terminasse la ribellione si è espansa a tutto il Diano e nell’entroterra oltre il Passo della Sentinella.

Una colonna francese inviata da Napoli viene assalita e annientata tra Scorzo e Terranova dopo che avevano saccheggiato la chiesa di Sicignano, a guida dei francesi vi erano due cittadini di Postiglione che catturati vennero decapitati e il trofeo venne esposto nella piazza del paese.

La reazione francese non tarda a venire, ebbri di vendetta, i “sanculotte” posero a ferro e fuoco le città di Sicignano, Petina e Controne, in quattro giorni furono perpetrati orrori indicibili e l’arciprete Giuseppe De Sio annota sul registro dei morti, “Civitas Siciniani propter facinora insurgentium depopulata est” il 26 luglio, “dies tragicus, in qua data est ipsa Civitas ferro ignique et depopulationi” il 28 e il 31 luglio, il 3 agosto… “In quibus quattuor depopulationibus vero gladio perempti sunt omnes subscripti,quibus tantummodo data est ecclesiastica sepoltura” seguito dall’elenco dei nomi (93 persone tra cui 2 frati).

Il giornale “Monitore Napoletano” scriveva il 5 Agosto: “la strage fu immensa…Il fiume nel quale i cadaveri si rovesciarono, corse macchiato di sangue per lungo tratto…, sono ben dolorose le vittorie che si comprano a questo prezzo”.

La repressione continua ferocemente, i francesi raggiungono Montesano e uccidono una trentina di borbonici in combattimento e un altro centinaio venero fucilati, altri 17 durante uno scontro tra Sicignano e Petina e ancora a Buccino, San Gregorio Magno, Ricigliano. I borbonici si erano riuniti in bande e contavano dell’appoggio della popolazione, i gruppi più temuti erano quelli di Paterna e di Scarola. Durante uno scontro cadde Maria Gaetana Montemurro, compagna del Paterna e lui stesso in prossimità del fiume Platano.

Ma la storia non termina col 1798, l’anno successivo il Cardinale Ruffo risale dalla Calabria con l’esercito della Santa Fede, per contrastarlo da Napoli vengono inviate due colonne, una delle quali era affidata al comando del generale Giuseppe Schipani che dopo aver “liberato” Altavilla e Rocca dell’Aspide si dirige verso le “nares lucanie” ovvero Sicignano.

Il paese venne occupato il 27 marzo senza colpo ferire in quanto la popolazione si era allontanata dietro preavviso ma questo non calma gli animi dei legionari napoletani e una nuova razzia viene perpetrata ai danni del paese, nella stessa giornata il generale ordina di prendere una dipendenza del comune: Castelluccio.

Il paese di Castelluccio è poco più che un villaggio ma la posizione lo rende pressoché inespugnabile, è posto sulla cima di una collina molto ripida e in quell’occasione era presidiata dai sicignanesi e da una parte dei volontari che Gerardo Curcio detto “Sciarpa” di Polla aveva raccolto nel Diano.

Il generale Schipani tenta di dare l’assalto alla roccaforte ma i volontari lli fermano a colpi di pietre e forconi, i napoletani si ritirano in disordine a seguito di numerose perdite.

Un’altro scontro avviene al valico di Campostrino e li, all’imbocco del Diano vengono determinate le sorti della Repubblica Partenpea.

Circa 10000 contadini mal armati annientano quasi completamente le armate repubblicane.

Lo Schipani è costretto a tornare a Salerno con la coda tra le gambe e la testa traballante (la perderà di li qualche anno).

Al ritorno sul trono di Napoli, il Re, avvia la ricostruzione del paese di Sicignano nella medesima posizione e con la stessa struttura architettonica.

Ah, dimenticavo due cose, la strada principale del paese è intitolata a Mario Pagano, generale giacobino grazie ad un decreto del re Vittorio Emanuele II e il bambino curioso ero io.

Autore: Vincenzo Tortorella

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